Un’apparenza formale da imprenditore edile dinamico, capace di muoversi tra cantieri, tecnici e piattaforme burocratiche della ricostruzione marchigiana: il suo cuore operativo sarebbe stato, però, ancorato a un pezzo della 'ndrangheta reggina, per motivi storici e per rapporti ancora in corso. La figura di Vincenzo Chiappalone, nato nel 1974 e originario di Cittanova, rappresenta il perno su cui la Procura distrettuale antimafia e il Gico della Guardia di Finanza di Ancona hanno ricostruito il sistema di presunta infiltrazione criminale nel cratere sismico delle Marche. È uno dei filoni d’indagine della Dda marchigiana: porta a ditte calabresi che avrebbero drenato 12 milioni di euro e costruisce presunte ramificazioni ‘ndranghetiste.

Il centro delle trame sarebbe proprio l’imprenditore originario della Piana di Gioia Tauro. Chiappalone emerge dalle carte giudiziarie – come tutti è da considerarsi innocente fino al terzo grado di giudizio – come un soggetto capace di dialogare alla pari con un pezzo dei clan della Piana di Gioia Tauro e, contemporaneamente, di gestire una galassia di imprese utilizzate, sempre secondo l’accusa, per prosciugare finanziamenti pubblici.

Le origini calabresi e il battesimo del fuoco

I legami di Chiappalone con la criminalità organizzata affondano le radici nell'adolescenza vissuta in Calabria. Il suo nome compare nei fascicoli giudiziari storici della Corte d'Assise di Palmi relativi al processo Taurus. Nel gennaio 1992, ancora minorenne, fu coinvolto in un tentato omicidio maturato in contesti di 'ndrangheta.

Condannato in primo grado dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria a 6 anni di reclusione, venne poi assolto nel 2004 dalla Corte d'Appello di Reggio Calabria a causa della ritrattazione della vittima dell'aggressione. Un episodio che, secondo gli inquirenti, ne ha segnato precocemente la reputazione criminale.

In un’intercettazione ambientale, lo stesso Chiappalone si vanta di quel passato di fronte alla figlia, mentre si trova in Calabria per far visita ai vecchi amici. La figlia chiede spiegazioni su un uomo appena incontrato: «Ma è un mafioso?». «Eh, ma tanto sono stato arrestato pure io!», risponde Chiappalone.

La "migrazione" nelle Marche e l'ascesa imprenditoriale

Lontano dalla Calabria e affrontata la “riconversione” nel settore dell'edilizia, Chiappalone fa la sua comparsa nelle Marche nei primi anni Duemila. Il primo controllo del territorio registrato dalle forze dell'ordine risale al 22 agosto 2001 a Fabriano. Inizialmente assunto come operaio in un'azienda di Genga gestita da un conterraneo, compie il primo salto nel 2004 fondando la Centro Costruzioni Edili srl.

Da quel momento, l'escalation è travolgente. Attraverso un susseguirsi di società, l’imprenditore prende progressivamente il controllo della fornitura di manodopera in centinaia di cantieri privati della ricostruzione post-terremoto.

Il meccanismo ipotizzato dagli inquirenti era collaudato: la società attiva accumulava enormi volumi d'affari, evitava di versare contributi previdenziali e imposte, per poi venire abbandonata allo stato di insolvenza e sostituita con una nuova ragione sociale. Un giro d’affari milionario che la Dda di Ancora crede di aver ricostruito nel dettaglio.

Pistole e minacce: «Questa gente è disposta a sparare»

Nonostante si presentasse nelle trattative commerciali come un normale operatore economico, Chiappalone avrebbe avuto un lato nascosto.

Nel corso dell'attività di intercettazione, gli investigatori hanno captato conversazioni sul possesso di armi da fuoco nascoste all'interno dei depositi aziendali. Il 2024 registra un colloquio tra Chiappalone, la figlia Stefania e un conoscente (indicato dagli inquirenti come "Spilli").

Chiappalone: «C'abbiamo la pistola dentro il barraccone, dietro al barraccone ho una calibro 9, un fucile a pompa e uno automatico».

Spilli: (ridendo verso la figlia di Chiappalone) «Non riesco a immaginarmi tuo padre con un'arma in mano...».

Chiappalone: (seccato) «Chi io? Ti stai a sbaglià proprio!».

In un'altra occasione, parlando con un parente della gestione degli operai impiegati nei cantieri del sisma, l'imprenditore offre un parere ancora più esplicito: «...Questa gente è disposta anche a sparare e uccidere qualora ve ne fosse l'esigenza».

Negli atti dell'inchiesta si dà persino conto di un episodio in cui Chiappalone ammette di aver inviato due suoi dipendenti in Campania per eseguire un omicidio, piano poi fermato solo all'ultimo momento per un suo personale ripensamento.

La fedeltà alla 'ndrina Avignone: «Quello che decide lui, si fa»

I rapporti con un pezzo delle cosche della Piana di Gioia Tauro, prima tra tutte la ‘ndrina Avignone di Taurianova, non farebbero parte del passato. Nelle conversazioni intercettate durante i suoi periodici viaggi in Calabria per le festività natalizie, gli interlocutori locali definiscono Chiappalone come un elemento "intoccabile" e "sempre con loro".

In una telefonata in cui si discute di un'eventuale partecipazione a un appalto per la ristrutturazione dello Stadio "Franchi" di Firenze, Chiappalone esplicita la sua totale subordinazione a quello che gli investigatori considerano il presunto boss: «Per me quello che decide lui, se lui vuole che lo facciamo, lo facciamo!».

Consapevole del rischio che le sue frequentazioni mafiose potessero compromettere le sue aziende nelle Marche, Chiappalone confida a un sodale la sua vera preoccupazione: «Io Mimmo devo stare attento che se mi ritirano l'antimafia... mi sparo! Uno una mano gliela può dare, sono brave persone...».

I "favori" ai narcos: il riciclaggio dei soldi della cocaina

Per l’accusa Chiappalone avrebbe finanziato la 'ndrangheta attraverso un sistema di fatture false ma non solo: avrebbe messo le sue società a disposizione anche per riciclare i proventi del traffico di droga sull'asse Roma-Fabriano.

Gli accertamenti del Gico di Ancona hanno ricostruito come Chiappalone avesse rapporti con intermediari di alcuni fornitori di cocaina. Uno di questi intermediari sarebbe stato l'imprenditore calabrese Gian Piero Brunetti, 50enne originario di Crosia. I fornitori “romani” sarebbero stati Yuri Licopoli (36 anni) e Vincenzo Sicari (37 anni), entrambi nati nella Piana di Gioia Tauro. Per gli inquirenti, quando i due avevano bisogno di ripulire il contante derivante dal narcotraffico, Chiappalone avrebbe dato loro una mano.

Attraverso una delle sue società, l'indagato avrebbe ricevuto i contanti portati a mano dai narcos e disposto immediati bonifici istantanei verso altre società cartiere emittenti per giustificare i passaggi finanziari.

La farsa dello svuotamento aziendale: «Spostiamo i soldi per inc… tutti»

Quando a inizio gennaio 2025 il Tribunale di Ancona dichiara la liquidazione giudiziale della storica impresa Ascone & Chiappalone S.n.c., Chiappalone capisce di rischiare il sequestro di tutte le partecipazioni. In poche ore orchestra la fittizia cessione dell'intera quota di un’altra società alla ex moglie e pianifica la nascita della nuova società.

Il 10 gennaio 2025, le microspie all'interno dell'auto catturano la conversazione tra Chiappalone e la figlia Stefania, in cui l'imprenditore svela senza filtri il reale obiettivo delle sue manovre patrimoniali: «Dobbiamo spostare i soldi perché anche se verranno a prelevare le quote dovrò pagare gli operai... Si potrebbe vendere la società al fine di inc… tutti!».

Pochi mesi dopo, ben 49 dipendenti della società da chiudere firmano le dimissioni in blocco e passano alla nuova ditta, consentendo a Chiappalone di mantenere la gestione di fatto di 50 cantieri nel cratere sismico e di incassare quasi 2 milioni di euro dal general contractor marchigiano Enrico Crucianelli.

L'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Ancona ha messo fine all'ascesa dell’imprenditore che avrebbe trasformato le ferite del terremoto in un bancomat.