Collaborare per chiarire le circostanze della morte di Antonio Pugliese nel carcere di Catanzaro? «Questa è un’infamità... per uscire prima di galera? Ce la mangiamo la galera!!!». Cataldo De Luca, stando alle frasi registrate nell’ordinanza di custodia cautelare che ne ha disposto l’arresto per l’omicidio di Pugliese, non aveva paura del carcere

La morte del 41enne di Cirò Marina avvenuta ieri all’interno del carcere di Rossano chiude in modo improvviso e, per ora, misterioso uno dei capitoli più violenti della cronaca penitenziaria calabrese. Mentre la Procura di Castrovillari dispone l’autopsia per chiarire le circostanze del decesso, l’inchiesta firmata solo pochi giorni fa dalla Procura di Catanzaro restituisce il profilo di un uomo che, tra le mura del "Siano", esercitava un’egemonia criminale fatta di sangue, codici d'onore e calcoli utilitaristici. Un uomo che non temeva di passare 30 anni in cella dopo la pena a 25 comminata per l’assassinio di Nicodemo Aloe nel 2015.

Il profilo di Cataldo De Luca: un'egemonia criminale

Per gli inquirenti, De Luca non era un detenuto comune. Descritto dai compagni di cella come un «capo bastone», la sua figura emerge dai documenti giudiziari come quella di un soggetto incline a condotte violente funzionali all’affermazione della propria autorità. De Luca e il suo gruppo, secondo l’accusa, avrebbero imposto una condizione di «sostanziale egemonia» all’interno della sezione detentiva, ricorrendo ad aggressioni sistematiche anche per motivi futili.

Un’indole definita «particolarmente aggressiva» e segnata da una totale indifferenza verso l’autorità, tanto da aver colpito in passato anche un operatore di Polizia Penitenziaria durante un’aggressione a un altro detenuto nel campo da calcio.

L’omicidio nel carcere di Catanzaro: 19 minuti di "furia"

L'ordinanza lo indica come l'autore materiale del pestaggio mortale di Antonio Pugliese, avvenuto il 7 luglio 2024. Tutto nacque da un banale alterco: Pugliese, alterato dall'alcol, lo avrebbe insultato chiamandolo «pisciaturu» e colpendolo con uno schiaffo. La risposta di De Luca è stata, nelle parole dei testimoni, quella di una «furia incontrollata».

In diciannove minuti, De Luca avrebbe scatenato una scarica di pugni e calci, arrivando a usare uno sgabello e a calpestare la vittima mentre era già a terra. La prova regina di quella violenza sarebbero i segni "a stampo" lasciati dalle sue scarpe Armani EA7 sul volto e sul torace di Pugliese, calzature che De Luca avrebbe poi cercato, sempre secondo i pm, di occultare.

Le intercettazioni: il calcolo del "trentennale"

Le intercettazioni ambientali mostrerebbero il lato più freddo e calcolatore di De Luca. Sapendo di avere già una condanna definitiva a 25 anni, l'indagato ipotizzava apertamente di assumersi l'intera responsabilità per scagionare gli altri tre compagni: «Sennò potevo fare un'altra cosa, chiamavo la pm e me l'accollavo... eh... come cazzo devo fare... se lui dice che si fa il processo e prendo la condanna lo stesso, conviene più che faccio così... siamo implicati quattro, però... uno lo deve fare... io alla fine faccio il trentennale e pago cinque anni».

Per De Luca era una questione di strategia: «Invece di quattro meglio solo», diceva, ribadendo che «uno si deve prendere la colpa non ci sono alternative». Un pragmatismo criminale che si scontrava però con l'evidenza dell'autopsia, che De Luca liquidava con rabbia: «Chi cazzo l'immaginava ca cu quattro cinque pugni moriva. Era destino che doveva morire d'infarto».

Terrore dietro le sbarre

La sua morte lascia dietro di sé una scia di intimidazioni. Nelle celle, il suo nome era sinonimo di paura. A Francesco Molinaro, che sospettava aver parlato con gli inquirenti, De Luca aveva giurato vendetta: «Io a lui lo "crepo”... da oggi in poi tra me e te è guerra». In un’altra occasione, intercettato, minacciava un altro detenuto: «Lo spacco e lo faccio morire marza (a pezzetti)».

Il decesso di Cataldo De Luca a Rossano, in attesa degli esiti dell'esame autoptico, chiude bruscamente la parabola di un uomo che, secondo gli inquirenti, considerava il carcere non come un luogo di rieducazione, ma come un territorio da governare con il "pugno di ferro". Un luogo del quale non aveva nessuna paura.